GUIDA ALL'ASCOLTO DI SONMI-451

 

01-PROPHETESS

E’ il nome della nave che riporta a casa uno dei protagonisti del romanzo "Cloud Atlas", a cui il disco si ispira. Adam Ewing intraprende un lungo viaggio, durante il quale si ammala gravemente. Grazie ad un arpeggio persistente in Fa# minore, la musica evoca il rollio della nave amplificato e distorto, così come percepito da uno stomaco debole e febbricitante.

L’incipit del quartetto di chitarra classica e archi (violino, violoncello, contrabbasso) suona una melodia in Sol naturale, dissonante come i ricordi di una vita passata, che non ci rappresenta più. Il testo che accompagna la musica racconta di cambiamenti possibili: il destino di ognuno di noi può essere altrove e altrimenti da ciò che ci aspettiamo, l’identità stessa è una finzione, la vita è in continuo divenire. Quando ci lasciamo attraversare da nuove emozioni, il nostro punto di vista si modifica e la musica con esso: un tutti consonante, una cadenza spericolata del violino e l’armonia che prolunga la durata dei suoni dell’arpeggio minore. Sul finale torna la prima idea, accompagnata ora da una melodia più conciliante e ironica, che ricorda vagamente i giochi d’infanzia.

 

02-SIXSMITH

Sixsmith ha perso il grande amore della sua vita, un giovane musicista morto suicida. Di lui gli restano delle lettere e una voce interiore con cui continua a dialogare. Nei pensieri di Sixsmith e fra le note di Tamurakafka, il musicista rinuncia all’idea di una fine rapida e sceglie di continuare a vivere. Come in una fiaba, si trasforma in musica per “affrontare gli inverni gelidi e i lupi che ti azzannano alla gola”.

La tessitura pianistica crea un ambiente struggente e malinconico grazie ad una trama incessante di semicrome in Sol minore e ad una lieve scordatura. La tensione tra la vita e la morte è evocata nel dialogo inziale tra basso e violino, risolto dall’ingresso improvviso di un terzo violino, conciliante e amorevole. L’amore placa, l’amore unisce e consente alla voce di farsi corpo.

 

03-E’ UNA QUESTIONE DI AMORE

Il sestetto del brano (voce narrante, pianoforte, chitarra elettrica, batteria, soprano, basso elettrico) è frutto di un’improvvisazione sulle armonie di Sixsmith: ogni musicista ha suonato in studio da solo “al buio”, senza ascoltare le parti degli altri. Come la vita, l’arte fiorisce dal caos quando pensavamo di esserci persi.

 

04-HO FATTO DOMANDE

La domanda è un gioco. Se porta a una risposta immediata, il viaggio si interrompe. Se resta una domanda, attiva un atto creativo che fa proseguire il viaggio verso l’ignoto. Senza domande, senza curiosità, senza la voglia di sorpenderci, non lasceremmo mai le nostre certezze e continueremmo a costruire mondi già conosciuti, a ripetere incessantemente azioni già compiute, a perpetrare la violenza su cui si fonda la nostra civiltà. Ci ripetiamo quando diamo lo stesso nome a cose apparentemente uguali. I nomi fanno sì che gli oggetti assumano un’importanza spropositata e ci portano a confondere il mezzo con il fine.

La musica del brano gioca con questo fraintendimento, a cui risponde abbandonando gli strumenti acustici per essere sintetizzata da un computer, con un bit ossessivo identico a se stesso: gli strumenti musicali non sono la musica in sè, ma sono come degli specchi, che riflettono all’esterno la melodia che portiamo dentro. Le cose sono soltanto cose.

 

05-LUISA REY

Luisa cerca, cerca la verità e, quindi, fa domande. Non si ferma alla prima risposta, continua a cercare, a scavare, spinta dal dèmone della conoscenza, porta con sé la consapevolezza, ma anche il dolore e il senso di smarrimento. Luisa corre e non si ferma neanche quando la spingono in fondo al fiume.

La musica corre insieme a lei, in un terzinato in Sol minore, discendente e ostinato del basso, che sembra una pietra che rotola incessante. È una canzone rockbluespunkheavy dalla forma inusuale, ma ricorrente nell’intero disco: l’incipit e il finale sono identici, con una parte centrale esplosiva (A-B-A). Questa forma musicale richiama il tema della ricorsività dell’esistenza, in cui eventi e personaggi sembrano tornare di fase in fase, di vita in vita. Nel mezzo c’è un percorso, un’esplorazione fatta di esperienze e d’incontri che ci cambiano così tanto che il finale, anche se composto delle stesse note dell'incipit, suona diverso, unico e irripetibile.

 

06-FUGATO (Aurora House)

È tempo di andare. Aurora House è una casa di riposo, un carcere per anziani in attesa di concludere obbidienti il tempo loro concesso dalla vita. Aurora House è come Matrix, una comfort zone imposta a tutti noi per distrarci, mentre regaliamo le nostre vite ai signori del tempo. Meglio fuggire, meglio uscire all’addiaccio che ristagnare in case così bollenti da essere soffocanti.

Il brano è un quartetto di archi e chitarre, un contrappunto non rigoroso che si esprime in un canone che non rispetta le regole classiche. Il contrabbasso crea un’atmosfera claustrofobica con le sue semiminime staccate. Il soggetto ripetuto alla tonica, sempre identico a se stesso, vuole simboleggiare la meccanicità delle nostre abitudini quotidiane. Non modula mai, ma passa da uno strumento all’altro, per approdare alla chitarra, che non lo molla più, fino a che il controsoggetto di violino e violoncello indica una via di fuga nel lirismo consonante.

 

07-IN GIRUM IMUS NOCTE ET CONSUMIMUR IGNI

Usciti da Aurora House, vaghiamo nella notte. Perdendoci, incontriamo bellezze che ignoravamo e riscopriamo un fuoco interiore, che la trappola della consuetudine non può più trattenere. Ma la bellezza ha vita breve e questa via non conosce ritorno, perché comincia con una rottura non riconciliabile.

La musica è un sestetto che muove i primi passi da una semplice scala discendente, certa e rassicurante, suonata dalla chitarra. Questa melodia innocente viene continuamente destabilizzata e deviata dagli spostamenti di accento, dovuti alle acciaccature del basso e a quelle di una seconda chitarra, che si lanciano anch’essi in una progressione discendente continua. Si arriva al climax attraverso incessanti cambi di ritmo e forti dissonanze, che omaggiano i quartetti di Bela Bartok. La dissonanza impedisce all’orecchio di prevedere l’andamento musicale, creando un’atmosfera notturna. I ritmi incessanti e sincopati ricordano invece l’imprevedibilità del fuoco, simbolo per eccellenza di trasformazione.

 

08-SONMI 451

Nella notte incontriamo il clone Sonmi 451, il cui destino è unicamente quello di essere sfruttata come schiava al servizio dei consumatori. Sonmi è colei che si risveglia, che si ribella, che insorge, incarnando l’ideale rivoluzionario del cambiamento. Il suo messaggio è che ognuno può decidere il proprio destino: anche se nell’immediato può sembrare il contrario, tutte le nostre azioni hanno un effetto che si propaga nel tempo e nello spazio.

La musica segue il risveglio di Sonmi con le prime note di pianoforte in una melodia incerta e delicata in La maggiore, cui si aggiunge un contrappunto della mano sinistra. L’ingresso del canto si sposta alla relativa minore (Fa# minore), mantenendo tuttavia il tempo in 3/4 iniziale. La costruzione del fraseggio è un crescendo dinamico, che accompagna il risveglio della coscienza e sfocia in un tutti fortissimo in 4/4: la consapevolezza apre a nuove prospettive e così la musica.Nel finale tornano il tempo in tre iniziale, la quiete della tonalità maggiore e il caldo contrappunto pianistico: la trasformazione è ormai avvenuta e ci si puo’ ritrovare nello strumentale che aveva aperto il brano (A-B-A).

 

09-QUANTO CREDI SIA GRANDE IL MONDO

Il risveglio svela ai nostri occhi un dedalo di possibilità, quanto è grande il mondo che ci contiene? Quanto pensiamo sia  grande? “Cio’ che conta è la tua versione della verita’, la tua chiave, la tua porta”, non ha importanza se la porta non esiste davvero, se è solo un’invenzione della fantasia. E’ la nostra mente che crea il modo in cui scegliamo di vivere e sono i nostri sensi a sperimentarlo. Per quanto siano grandi le costrizioni esterne, per quanto dura sia l’esistenza, la scelta è sempre e solo nostra. Se lasciamo uno spiraglio aperto ai nostri desideri, il segreto che ognuno di noi si porta dentro puo’ essere finalmente rivelato.

La musica che svela il segreto è un trio per soprano, baritono e violoncello. Il brano esprime la voglia di Tamurakafka di sperimentare forme musicali poco frequentate dai gruppi rock. Le “stranezze” del trio si annunciano nell’organico che comprende un soprano lirico e un baritono leggero. Le parole sono divise, frammentate fra le due voci e nel contrappunto ininterrotto il baritono sembra voler contenere e sostenere il soprano, che sfugge, consapevole delle sue infinite possibilità. L’uso continuo e irrisolto delle dissonanze è evidente già dall’incipit con l’intervallo di Nona minore, che permea l’intero brano. Anche la tonalità in Re minore oscilla continuamente in Sol minore e nella sua relativa maggiore.

 

10-LA PRIMA VOLTA

Aprirsi ai desideri e ai sentimenti significa guardare il mondo con occhi nuovi, come fosse la prima volta. Ci accorgiamo di aver vissuto in un mondo grigio e sonnolento, ma ora tutto ci appare chiaro, immerso in una luce che prima non avevamo notato. Una sorta di fantasma che “vola e brilla”, qualcuno che ci parla in una lingua antica, una voce che non ascoltavamo più da molto tempo ci ricordano l’infanzia perduta.

Il brano è una canzone nella forma tipica dell’intero disco: A-B-A. Scritto nel tempo di 3/4, si serve di continue poliritmie, evidenti soprattutto nel contrasto fra la chitarra elettrica, che ininterrottamente arpeggia in 3 tempi l’accordo di La minore settima, e la batteria, che suona in un periodo di 4 battute. Nella sezione A, le 2 voci di baritono cantano un testo diverso da quello del soprano, ma nella parte centrale B tutte le voci si ritrovano nelle stesse parole.

 

11-LA PROMESSA DELLA MELA

Ai cloni come Sonmi 451 viene promessa, alla fine di un lungo ciclo di lavoro eseguito in modo esemplare, l’ascensione ad un mondo migliore, in cui finalmente vivere giorni felici senza più servire i consumatori. La terra sempre verde del paradiso rappresenta una felicità a venire che va costruita con i sacrifici quotidiani, felicità perennemente rimandata. E’ quest’illusione che permette all’uomo di sopportare un presente che spesso non gli corrisponde.

La musica è un brano pop, l’unico di tutto il disco strutturato nella forma canzone tipica dei nostri tempi: strofa, bridge, ritornello. La forma tradizionale fa sì che chi ascolta si crei delle aspettative sonore che vengono regolarmente confermate battuta dopo battuta, ad esprimere l’aderenza dell’uomo alle convenzioni sociali. Le cose vanno come devono andare, ci si comporta bene nella speranza di conquistarsi un posto in paradiso.

 

12-NON SMETTEVANO DI CANTARE

“Loro erano più forti di noi perché riuscivano a sopportarlo, avevano avuto la forza di farlo cantando con un gesto perfetto, genuino, completo, cristallino, puro. Loro erano più forti di noi, perché non smettevano di cantare anche precipitando nel nulla, anche abbandonandosi all’orrore, perché non c’è nulla che detesti di più dell’odore marcio delle bugie e perché loro non erano mostri, erano uomini”. Scegliere liberamente il proprio modo di vivere, ribellarsi al conformismo, rifiutarsi di accettare assurdi sacrifici per un paradiso a venire non è semplice, perchè implica sempre la responsabilità di rompere le maglie di un destino comune, assumendo su di sè tutto il peso della discontinuità. Ma chi sceglie di farlo va incontro al proprio destino cantando, conscio di aver intrapreso l’unico passo possibile per realizzare se stesso.

Il pianoforte accompagna il racconto degli eventi con un arpeggio in Sol minore ed una melodia prima ascentente e poi discendente per gradi congiunti, pronta ad enfatizzare l’incedere della vicenda, anche nelle scelte dinamiche. Il finale apre uno spiraglio di luce con una progressione discendente in Do minore di Mozartiana memoria e una chiusa in Sol maggiore.

 

13-L’ASSOMOIR

La terra promessa e il dolce destino, tanto agognati dai cloni lavoratori, non esistono. Al loro posto un vero e proprio ammazzatoio di corpi, sogni ed illusioni. L’inganno è svelato, non resta che affrontare il reale con i suoi orrori. Tamurakafka in questo brano urla fino allo sfinimento: “Cosa posso dire, cosa posso fare, per fermare questo orrore?”. L’unica possibilità è lasciare cadere i veli dell’illusione per riprendere a camminare.

La tonalità in Do minore è scandita dai quattro accordi iniziali in cadenza plagale di semibrevi, che creano un’ambientazione cupa, schiarita solo nella parte centrale del brano, quando la band suona un tutti fortissimo.

 

14-QUANDO CI SIAMO SOLLEVATI

Il tema del brano Sonmi 451 viene ripreso e leggermente variato per accompagnare un racconto, che parla all’uomo dell’uomo. Per cambiare abbiamo bisogno di conoscere la storia della nostra specie: l’uomo evolve quando si solleva in piedi. Tra le diverse famiglie di ominidi, predomina quella carnivora e la nostra storia si tinge di sangue. Parallelamente, però, evolve anche la coscienza umana, che ci fa sentire parte di un tutto indivisibile. La rivoluzione è un atto d’amore.

 

15-TRANSUMANA

Il titolo del brano si riferisce alla transumanza, la migrazione stagionale degli animali che ogni anno a primavera salgono in montagna per riscendere a valle in autunno. La montagna sacra rappresenta una vetta da raggiungere grazie a un percorso di evoluzione interiore. Solo dall’alto è possibile aprire lo sguardo e abbracciare la realtà delle cose. Quello dell’uomo è un cammino collettivo che non si arresta mai, un confronto sempre aperto, in cui passato, presente e futuro coesistono, un ciclo che si ripete di vita in vita. 

Il brano è costruito per sovrapposizioni di temi, in cui ogni strumento è portatore della propria idea fissa. Il pianoforte arpeggia un Si minore dall’incipit al finale, la chitarra presenta un arpeggio in Mi minore, che si contrappone e completa quello del pianoforte. Il violoncello si intromette con un tema malinconico e cantabile. Il violino risponde con un pizzicato in 5/4 tutto suo. Nel primo forte del brano irrompe su tutti una cadenza del theremin, che si esprime in estrema libertà.

La concezione polifonico-contrappuntistica fa sì che ogni strumento sia una voce unica, portatrice della propria verità. Il brano è un crescendo per sovrapposizione di ciascuna unicità. Il solo tema che viene sviluppato nella parte centrale è quello del violoncello, ripreso da un trio di due violini solisti e dal contrabasso che li accompagna dolcemente. Nel crescendo finale tutti gli strumenti tornano con il proprio tema, suonando fortissimo. L’ingresso inatteso del coro riesce infine a trasformare le diverse voci in un unico canto armonico.